LA CRISI AFFONDA LA MODA DI NICCHIA E PREMIA IL LOW COST

(Alessandra Scotacci) – Cattive notizie per i fan di Veronique Branquihno. Dopo undici anni di attività la maison della stilista belga – uno dei nomi di punta della scuola di Anversa, che negli anni Novanta ha sfornato designer del calibro di Martin Margiela, Ann Demeulemeester e Dries Van Noten – si trova infatti costretta a chiudere i battenti, schiacciata dalla crisi che si è abbattuta sui mercati globali. Crisi che sembra non aver risparmiato proprio nessuno: qualche giorno fa anche la prestigiosa casa di moda francese Christian Lacroix ha chiesto la protezione dai creditori dopo il fallimento delle trattative – durate per ben un anno – con un possibile acquirente. Come molti altri colleghi, anche Branquinho ha dovuto scontare una drastica riduzione degli ordini per la sua collezione autunno-inverno 2009/2010 e una massiccia cancellazione (oltre ai mancati pagamenti) per la passata stagione della primavera-estate. E come molti altri, anche il suo brand non è stato capace di ammortizzare il colpo. A supervisionare la liquidazione della società – anticipa il magazine statunitense Wwd – sarà un legale nominato dalla corte di giustizia belga, ma non è ancora chiaro cosa ne sarà delle collezioni al momento in produzione. Il gruppo, che contava una cinquantina di clienti all’ingrosso, continuerà a gestire il negozio di Nationalestraat ad Anversa per vendere in stock i capi rimasti. Nel frattempo la 35enne designer, laureata alla Royal Academy of Fine Arts, si lancerà nella nuova avventura professionale di direttore artistico della nota marca di pelletteria belga Delvaux, che vanta ben 180 anni di storia. E continuerà a insegnare all’Università di Arti Applicate di Vienna. Non più tardi dell’anno scorso il Momu fashion museum di Anversa le aveva dedicato una retrospettiva per i suoi primi dieci anni di carriera, lanciata insieme a quella di altri promettenti talenti diventati nel tempo firme di spicco del panorama internazionale, come Raf Simons, Olivier Theyskens e A.F. Vandevorst.

Veronique non è stata l’unica stilista del suo Paese a pagare il prezzo della crisi: dopo l’undici settembre molti altri designer sono stati costretti a ridimensionare drasticamente i numeri delle proprie aziende e ad adeguare il proprio stile alle esigenze del mercato. “E’ molto più difficile ora che all’inizio – aveva detto Branquinho nel 2006, commentando le prime flessioni sulle vendite dei suoi capi femminili -. I rivenditori erano più leali, ora è più una questione di cifre. Comprano in maniera più oculata. E investono più in marchi convenzionali”. Per una stilista belga costretta ad appendere la matita al chiodo, c’è invece un gruppo svedese che dalla crisi sembra aver tratto decisamente profitto, almeno per ora. H&M, il colosso internazionale della moda low cost – che ha al suo attivo più di 1.700 negozi in 34 diversi Paesi, con un esercito di oltre 73.000 impiegati – ha appena festeggiato nel flagship store di Harajuku, in Giappone, il lancio della sua Fashion Against Aids collection. Guest star della serata l’irriverente pop star americana Katy Perry, ideatrice di un body in cotone organico considerato il capo di punta dell’operazione commerciale. Dopo la conferenza stampa di rito, la cantante è salita sul palco per esibirsi con i suoi ultimi successi, fasciata in un mini abito d’argento e sandali alla schiava dorati, accessorio irrinunciabile per l’estate in arrivo. Come le unghie ultra colorate che la ragazza ha sfoggiato fiera dopo una sessione in uno dei più richiesti nail center di Tokyo. (9Colonne)

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